Ci sono scrittori che amano moltiplicare i punti di vista come se fossero prove sulla scena del crimine. Nel 95% dei casi, però, basta uno: il protagonista. Due, se vuoi far salire la tensione. Ma oltre… comincia la confusione.
Un trucco che funziona sempre? Far correre due storie parallele, farle annusare da lontano, e poi — boom! — farle scontrare nel finale, quando scopri che uno dei due non è chi sembrava. Magari proprio il cattivo.
Io, invece, all’inizio del mio romanzo avevo esagerato. Cinque punti di vista. Cinque! Un coro degno di un processo, più che di un giallo.
Una vicina, lettrice accanita, mi guarda e fa:
«Nera, bello, ma troppa gente. Non ci sto dietro.»
All’inizio ho pensato: ma come, solo cinque? Poi ho riletto. Aveva ragione lei. Il problema non era la quantità, ma il caos. Se sposti troppo la telecamera, il lettore perde il filo e si ritrova a guardare le comparse invece del delitto.
La mia editor l’ha messa giù dura:
«I POV multipli sono come gli interrogatori: se ne fai troppi, nessuno sa più chi mente e chi dice la verità.»
E aveva ragione pure lei. In un’indagine vera posso permettermi cento nomi e trenta sospetti, ma in un romanzo… no. Se un personaggio entra ed esce in due pagine, dargli un capitolo è come affidare un caso a un testimone che non ricorda nemmeno dov’era.
Così ho riscritto tutto: i personaggi minori non parlano più in prima persona, ma attraverso gli occhi della protagonista — me. Intuisco le loro emozioni, le osservo da fuori, le immagino. Il risultato? La storia scorre. Nessuno si perde. Nessuno si annoia.
Esempi celebri di quando il metodo non funziona? The Big Four di Agatha Christie. Troppi criminali, troppi incastri, troppa roba. Più che un romanzo, un fascicolo di casi separati.
La scrittrice Jana Friedman lo dice chiaramente:
«I POV multipli funzionano solo se ogni personaggio aggiunge qualcosa di nuovo — un’informazione, una verità, un retroscena. Se dicono tutti la stessa cosa, il lettore si addormenta con la lampada accesa.»
Poi ci sono i nomi. Ah, i nomi.
Nei gialli del secolo scorso ti facevano subito l’elenco dei personaggi, tipo registro di condominio. Dopo cinque pagine non ricordavi più chi fosse il Dottor Cartwright e perché odiava il signor Smithsonian.
Io preferisco la via breve: solo nome. Nera, Laura, Sara, Nik, Ulisse. Cognomi? Ci sono, ma li uso come indizi, non come zavorra.
La mia editor, infine, mi ha chiesto una chicca: il lemmario. Un elenco a fine libro, perché alcuni personaggi cambiano nome (e identità) nel corso della storia. Roba da manuale dei servizi segreti, ma serve: al lettore piace sapere chi è chi, almeno dopo.
Morale? Non esiste un numero magico di protagonisti. Esiste la chiarezza.
Troppi punti di vista e la tua indagine diventa un fascicolo disordinato.
Meglio due voci distinte che un coro stonato.
E ricordalo: anche in narrativa, il silenzio di un personaggio può dire più di dieci capitoli.

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