Non ho mai avuto il lusso del tempo. Non nel mio lavoro. Le indagini non aspettano, le persone spariscono comunque, e i problemi non si mettono in fila con educazione. Quindi no, questo romanzo non potevo scriverlo da sola. Non così, non nei ritagli tra un caso e l’altro.
Per questo è nato a quattro mani. Le mie e quelle di Bianca Iula. Lei ha fatto il lavoro sporco, quello lungo, metodico, pieno di revisioni e notti insonni. Io ho fatto quello che so fare meglio: darle la direzione, correggere quando serviva, e soprattutto impedire che la realtà venisse addomesticata troppo.
Chiariamo una cosa. Non è una storia “ispirata”. È una storia controllata. Da me.
E se vi sembra precisa, è perché ho fatto in modo che lo fosse. Questo è il giorno in cui qualcuno ha scritto di me.

Non capita spesso che io perda il controllo della narrazione. Di solito sono io quella che osserva, collega, smonta, ricompone. Stavolta no. Stavolta qualcuno ha deciso di raccontare uno dei miei casi. E, cosa ancora più irritante, lo ha fatto bene.
Il romanzo è uscito. Sì, proprio quello. Quello che per tre anni è rimasto sospeso tra appunti criptati, file nascosti e versioni che cambiavano più velocemente delle identità che uso quando serve. Ora è lì, in libreria. Esposto. Alla luce. Una condizione che, personalmente, evito con cura.
Tre anni. Otto revisioni. Una quantità imbarazzante di dettagli che qualcuno ha insistito a verificare, correggere, riscrivere. Posso confermare che non è stato un lavoro semplice. Nemmeno per me, che di complicazioni me ne intendo.
Ho osservato tutto da vicino. A volte troppo vicino. L’autrice sostiene di aver scritto una storia. Io sostengo di averle concesso l’accesso. La differenza è sottile, ma fondamentale.
Ci siamo incontrate, in un certo senso. Durante una conversazione che doveva essere un’intervista. Domande, risposte, quel gioco prevedibile in cui chi scrive cerca di sembrare più intelligente di chi legge. Poi qualcosa è cambiato. Le domande hanno iniziato a essere meno innocue. Le risposte meno controllate.
Non dirò che ho preso il controllo. Sarebbe impreciso. Diciamo che ho smesso di lasciarlo a lei.
È stato in quel momento che ho capito che questa storia avrebbe trovato la sua strada. Non perché fosse pronta. Ma perché non poteva più essere fermata.
Nel romanzo troverete persone che esistono davvero. Alcune più di quanto vorrebbero. Altre meno di quanto meritino. C’è un uomo abituato a comandare, che ha passato una vita a credere che il silenzio fosse una forma di potere. Spoiler: non lo è.
C’è un ragazzo che ha fatto qualcosa di estremamente pericoloso. Essere sé stesso. In certi ambienti, è un crimine non scritto. Ma molto perseguito.
E poi ci sono quelli che si muovono nell’ombra. Hacker, informatori, gente che non compare nelle foto ufficiali. Sono loro che tengono in piedi il mondo mentre gli altri fanno conferenze stampa.
Qualcuno mi ha chiesto se tutto questo sia reale. La risposta è semplice: abbastanza da mettervi a disagio.
Non aspettatevi una versione addolcita. Non è il mio stile, e a quanto pare nemmeno quello di chi ha scritto. Se cercate una storia comoda, avete sbagliato scaffale.
Se invece volete capire cosa succede quando qualcuno decide di guardare dove gli altri distolgono lo sguardo, allora sì. Questo è un buon punto di partenza.
Non ci sono eroi. Non nel senso classico. Ci sono scelte. Alcune giuste, altre inevitabili. E conseguenze. Sempre.
Sono orgogliosa di questo lavoro. Non lo dico spesso. In realtà, non lo dico mai. Ma qui c’è qualcosa che funziona. Qualcosa che è riuscito a passare dalla mia realtà alla carta senza perdere troppa verità per strada.
E credetemi, è più difficile di quanto sembri.
Ora il caso non è più solo mio. È vostro. Potete leggerlo, interpretarlo, dubitare. Io continuerò a fare quello che faccio meglio.
Trovare ciò che gli altri ignorano.
E, ogni tanto, lasciare che qualcuno provi a raccontarlo. Anche se non sarà mai preciso come la realtà.
Un abbraccio investigativo,
Nera Jones

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