Oggi, rileggendo due capitoli del romanzo, mi sono trovata davanti a un vecchio caso irrisolto: la tentazione di riscrivere tutto. Ogni volta che rileggo, scopro qualcosa che “potrei migliorare”. Ma arriva un punto in cui devi chiudere il fascicolo e dire: va bene così. Altrimenti, il romanzo resta in eterno sotto sequestro.
Durante questa revisione ho beccato una mia ossessione personale: “venti minuti”.
Una ricorrenza da referto.
L’ho usata almeno sei volte, quasi sempre per segnalare il tempo che passa.
Campione di prove:
— «Ho chiamato venti minuti prima di arrivare, non volevo avvisarti troppo presto.»
— «Dopo circa venti minuti di silenzio, il ragazzo si decise a parlare.»
— «Ci sarebbero voluti almeno venti minuti per raggiungere il punto indicato.»
— «Venti minuti dopo, eravamo già davanti alla porta dell’appartamento.»
E non è finita.
Altro tic linguistico: non voglio.
«Non voglio farmi trovare.»
«Non voglio cedere.»
«Non voglio farlo rivivere.»
A forza di negare, sembrava che il mio romanzo avesse sviluppato un’allergia al consenso.
Poi ci sono le espressioni di conforto, quelle che tornano come testimoni troppo zelanti: “evitare di dare nell’occhio”, “non era il momento per fare domande”, “la tensione nell’aria”. Frasi che mi piacciono, quindi le riscrivo senza accorgermene. Ma la ripetizione, se non è intenzionale, non crea ritmo: crea déjà vu.
Certo, usata bene è un’arma elegante. Serve a scandire, a far vibrare un’idea, a tenere un filo tra capitoli. Ma se è automatica, diventa rumore di fondo. Come dice Janice Hardy, non si tratta di eliminare le ripetizioni, ma di farle danzare in modo diverso: cambiare la struttura, variare il respiro, mantenere l’attenzione viva.
Ci sono trucchetti da campo:
– leggere ad alta voce per sentire dove inciampi;
– leggere al contrario, frase per frase, per disinnescare la memoria visiva;
– usare “trova” per scovare parole sospette;
– e soprattutto affidarsi a un occhio esterno: un beta reader o un editor con la pazienza di un ispettore.
C’è anche il principio di H. W. Fowler, la “elegant variation”: cambiare parola per non ripetere. Funziona, finché non diventa manierismo. L’editor Louise Harnby lo riassume bene: “Meglio chiaro che brillante a tutti i costi.”
Nel mio metodo, ogni parola sospetta finisce in interrogatorio. Se la uso troppe volte senza una giustificazione narrativa, la sostituisco o la accorcio. A volte basta poco: venti minuti diventa un quarto d’ora, poco dopo, diversi minuti. Stesso concetto, meno eco.
Morale della storia: in revisione, ogni parola è un possibile colpevole.
Sta a te capire se è innocente o recidiva.
Perché anche la frase più perfetta, se abusa del palcoscenico, finisce per diventare invisibile.

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